LA CHIESA DI FRONTE ALLA MAFIA
Chiesa, società e poteri in Sicilia
La comunità ecclesiale e la mafia: dalla sottovalutazione alla condanna
- Il delitto Puglisi
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La sera del 15 settembre del 1993 un gruppo di killer affrontava sotto casa don Pino Puglisi e metteva a tacere la sua voce. Salvatore Grigoli, l’assassino poi divenuto collaboratore di giustizia, ha raccontato: “Il padre si stava accingendo ad aprire il portoncino di casa. Aveva il borsello nelle mani. Fu una questione di pochi secondi: io ebbi il tempo di notare che lo Spatuzza si avvicinò, gli mise la mano nella mano per prendergli il borsello. E gli disse piano: padre, questa è una rapina.
Lui si girò, lo guardò, sorrise – una cosa questa che non posso dimenticare, che non ci ho dormito la notte – e disse: me l’aspettavo.
Non si era accorto di me, che ero alle sue spalle. Io allora gli sparai un colpo alla nuca”.
Fuggiti gli assassini, il primo ad accorrere sulla scena del delitto fu un vicino di casa che trovò il sacerdote con le braccia in croce, raccolte sul petto, come in un’ultima preghiera. (21).
Tanto la scomparsa del parroco di Brancaccio fu silenziosa, quasi in punta di piedi, quanto la notizia della sua morte percosse con forza il corpo dell'intera chiesa, dall'ultimo sacerdote di periferia al Papa stesso. La salma venne trasportata dall'obitorio in Cattedrale: davanti all'altare, fino a notte, centinaia di persone resero l'ultimo saluto. Molti notarono il contrasto tra le lacrime di chi passava davanti alla bara aperta e "i normali tratti di quel volto sereno, persino sorridente, senza nulla dell'agghiacciante stupore che, pure, avrebbe potuto rimanervi stampato dal botto tremendo dello sparo e dall'improvvisa, indicibile sofferenza fisica” (22).
Un gruppetto di preti (Antonio Garau, Giacomo Ribaudo, Paolo Turturro, Ennio Pintacuda, Baldassare Meli, Cesare Rattoballi, Aldo Nuvola) scrisse una lettera al Papa. Vi si legge: “Padre Giuseppe Puglisi era un parroco impegnato in un quartiere di Palermo piagato da mafia e degrado. Questo sacerdote, come tanti altri della Chiesa di Palermo, era uno che viveva il Vangelo e si specchiava ogni giorno nel messaggio che Sua Santità ha dato il 9 maggio scorso alle Chiese di Sicilia nel vibrante discorso pronunciato nella Valle dei Templi di Agrigento. Il nostro confratello, Giuseppe Puglisi, non era sicuramente uno di coloro, sacerdoti e vescovi, ai quali fu rivolto il Suo duro monito di non essere tiepidi e deboli nella lotta alla mafia. Santità, la città di Palermo tutta, i sacerdoti e i cristiani sono affranti e terribilmente colpiti. Ci chiediamo quando finirà questa terribile catena di morte. Qualcuno è anche smarrito e scoraggiato e si chiede se vale la pena continuare a lottare, anche perché continuano a esserci sacerdoti e vescovi che non sono testimoni autentici della liberazione che Cristo vuole per questa nostra isola…”.
In quelle convulse ore al Palazzo Arcivescovile si decise di celebrare i funerali in un piazzale dell'area industriale di Brancaccio. La chiesa di San Gaetano era inagibile, la Cattedrale troppo lontana: occorreva dare un segno al quartiere. La bara venne portata a spalla dai sacerdoti, tra due ali di folla, in un pomeriggio di sole caldissimo. Qualche prete, mentre trasportava il corpo del confratello, ebbe la forza d'animo di fare con due dita il segno della vittoria. Davanti al palco, allestito in fretta tra i capannoni e gli stabilimenti, si ritrovarono circa ottomila persone, ma solo tre o quattrocento erano della borgata, in pratica i soli parrocchiani di padre Pino. Tranne poche eccezioni, al passaggio del corteo le finestre rimasero chiuse, i balconi vuoti, i cuori pieni di paura. Dietro il carro funebre i primi posti furono lasciati ai bambini. Molti giornali scrissero di "un'atmosfera sudamericana": una desolata periferia, stradoni e fabbriche di cemento e lamiera, decine di poliziotti e carabinieri appostati dovunque, persino sui tetti dei palazzi intorno.
Nella sua omelia il cardinale Pappalardo disse: "Coloro che uccidono i propri fratelli sono cristiani ma traditori, sono cristiani ma disonorati in se stessi...La città di Palermo, la Chiesa di Palermo non si fermeranno, ma dal sangue sparso da altri cittadini e funzionari dello Stato, e ora da questo ministro della Chiesa, sapranno assumere nuova determinazione e nuovo vigore". La matrice mafiosa del delitto era chiaramente ribadita, anche per mettere a tacere le numerose voci, messe in giro ad arte dai clan. Aggiunse poi l'arcivescovo: "Padre Puglisi è morto per aver avuto fame e sete di giustizia divina e umana. E' morto per questa sete di cose giuste. Niente lo ha fermato: né morte, né vita, né presente, né futuro. Niente e nessuno ha potuto impedire il suo grande amore per Dio che diventava, come dev'essere per ogni cristiano, interesse, solidarietà, servizio per quanti hanno bisogno di essere aiutati nel corpo e nello spirito". Infine un invito con ancora negli occhi il corpo esanime, battendo con forza i pugni sul tavolo: "Occorre lavare nel sangue di padre Puglisi la propria coscienza. Non si può combattere e sradicare la mafia se non è il popolo tutto che reagisce alla sua presenza e prepotenza. E' la comunità civile e ancor piu' quella cristiana che deve reagire coralmente, non solo con significative manifestazioni, ma assumendo atteggiamenti di pubblica e aperta ripulsa, di isolamento, di denunzia e di liberazione nei riguardi di ogni forma di mafia a tutti i livelli" . Nel testo si colse una replica al gruppetto dei sacerdoti: “Abbiamo bisogno di essere incoraggiati e sostenuti ma non siamo per nulla smarriti di cuore!” (23).
In Vaticano non ci fu sottovalutazione. L'eco del delitto Puglisi ricordò il cupo rimbombo delle esplosioni del luglio ’93 davanti alle chiese e il monito della Valle dei Templi. Il Papa intervenne la mattina del giorno dei funerali dalla Verna, il monte dove San Francesco ricevette le stimmate: "In questo luogo di pace e di preghiera, non posso che esprimere il dolore con il quale ho appreso ieri mattina la notizia dell'uccisione di un sacerdote di Palermo, don Giuseppe Puglisi. Elevo la mia voce per deplorare che un sacerdote impegnato nell'annuncio del Vangelo e nell'aiutare i fratelli a vivere onestamente, ad amare Dio e il prossimo, sia stato barbaramente eliminato. Mentre imploro da Dio il premio eterno per questo generoso ministro di Cristo, invito i responsabili di questo delitto a ravvedersi e a convertirsi. Che il sangue innocente di questo sacerdote porti pace alla cara Sicilia". Mentre era in pellegrinaggio alla Verna, sempre il 17 settembre Giovanni Paolo II aveva chiesto a San Francesco: «Aiuta gli uomini a liberarsi dalle strutture di peccato che opprimono l'odierna società...agli offesi da ogni genere di cattiveria comunica la tua gioia di sapere perdonare, a tutti i crocifissi dalla sofferenza, dalla fame e dalla guerra riapri le porte della speranza". ”L'Osservatore Romano“, riportando l'intervento del Papa, dedicava anche un commento in prima pagina alla vicenda per richiamare il "solenne, drammatico, angosciato grido levato contro la mafia ad Agrigento". Il quotidiano vaticano definiva don Puglisi "una sfera che, lontano dalla luce dei riflettori, ha rischiarato le coscienze".
Fu il cardinale Camillo Ruini, il 20 settembre, a intuire il collegamento nelle strategie della mafia fra il delitto Puglisi e le bombe dell'estate (che avevano tra l'altro colpito San Giovanni in Laterano, che è la sua sede in quanto vicario del Papa a Roma). Parlando a Siena, all'incontro autunnale della Conferenza episcopale, il cardinale disse: "Don Puglisi era un prete esemplare, che ha testimoniato con la realtà della sua vita e della sua stessa morte come la Chiesa sulla via che conduce da Cristo all'uomo non possa essere fermata da nessuno". Proseguì poi il presidente della Cei: "Non solo a Palermo una mano criminale ha colpito direttamente la Chiesa, ma anche nella capitale. San Giovanni è il cuore della Roma cristiana. Non consideriamo questi attacchi alla Chiesa come disgiunti dagli altri che hanno ancora insanguinato il nostro Paese. Vi è infatti non solo una unità nel disegno criminale, ma anche un intimo legame tra la Chiesa e l'Italia". L'analisi si allargava infine al vorticoso periodo di Tangentopoli: "La Chiesa andrà avanti annunciando il Vangelo, quale che sia il prezzo da pagare. Per quanto riguarda l'Italia siamo entrati in una fase nuova della nostra storia, nella quale - giorno dopo giorno - quella che viene chiamata questione morale si rivela piu' ampia, piu' profonda, piu' radicale. E accanto a essa prende sempre piu' rilievo anche quella che possiamo definire una nuova forma di questione sociale" (24). Pure la Chiesa italiana si rendeva conto di essere coinvolta, come tutte le altre forze della Prima Repubblica, in un terremoto. E che c'era un tributo di sangue da pagare. Disse acutamente in quei giorni padre Bartolomeo Sorge: "La criminalità organizzata ha perso lo Stato, sta perdendo gli agganci con la politica. Ha perso anche la Chiesa, nel senso che sono state fatte scelte irreversibili e chiare" .
Anni dopo, gli stessi mafiosi condannati a Palermo, con sentenze definitive, per il delitto Puglisi (i fratelli Giuseppe e Filippo Graviano, come mandanti, e il loro “gruppo di fuoco”) sono stati condannati anche a Firenze al processo per le stragi dell’estate ’93: quattro attentati tra la Toscana, Roma e Milano, con un bilancio agghiacciante di 10 morti (tra cui due bambini), 95 feriti e danni per miliardi al patrimonio artistico (gli Uffizi). Secondo la magistratura si trattò dell’estremo tentativo di ricatto allo Stato da parte del boss Salvatore Riina, che era stato arrestato, tra mille misteri, il 15 gennaio del ’93.
Un collaboratore di giustizia, Leonardo Messina, ascoltato dalla Commissione antimafia nell’estate di quell’anno, mise a verbale che “La Chiesa ha capito prima dello Stato che deve prendere le distanze da Cosa Nostra. In passato, in un certo senso, sembrava che Cosa Nostra aiutasse la gente e la Chiesa si prestava…da alcuni anni, invece, la Chiesa non vuole avere nessun contatto”.
Il 19 agosto, negli Stati Uniti, l’Fbi aveva rivolto alcune domande sulla nuova strategia stragista della mafia a uno dei pentiti più famosi, Francesco Marino Mannoia: “Nel passato – disse – la Chiesa era considerata sacra e intoccabile. Ora invece Cosa Nostra sta attaccando anche la Chiesa perché si sta esprimendo contro la mafia. Gli uomini d’onore mandano messaggi chiari ai sacerdoti: non interferite”. Il rapporto dell’Fbi, quattro pagine, venne trasmesso al capo della polizia italiana il 3 settembre. Il 5 dal ministero degli Interni partiva un “dispaccio riservato” ai comandi generali di carabinieri e guardia di finanza e alla Direzione investigativa antimafia. Il Viminale, raccogliendo l’allarme di Mannoia, raccomandava una “immediata verifica della tutela delle personalità religiose” oltre che di politici e magistrati (25). Dieci giorni dopo scattava l’agguato – la morte annunciata – per padre Puglisi. Come senza precedenti era stato il discorso del Papa ad Agrigento, così fu di inaudita ferocia e violenza la risposta della mafia, da Roma a Brancaccio.
Ma perché venne ucciso padre Puglisi e non altri? Cosa faceva di tanto dirompente? Perché la mafia si accanì contro di lui, mentre fino a quel momento si era mostrata rispettosa dei “parrini”, soprattutto di quelli che “campano e fanno campari”? Un altro pentito, Giovanni Drago, proprio del clan di Brancaccio, ha raccontato: “Il prete era una spina nel fianco. Predicava, predicava, prendeva ragazzini e li toglieva dalla strada. Faceva manifestazioni, diceva che si doveva distruggere la mafia. Insomma ogni giorno martellava, martellava e rompeva le scatole. Questo era sufficiente, anzi sufficientissimo per farne un obiettivo da togliere di mezzo”. E un altro ancora, Totò Cancemi: “Tutti i clan della zona orientale della città rimproveravano i Graviano per le attività di padre Pino, perché i picciotti seguono questo prete e non vengono a sentire i discorsi di Cosa Nostra”. Il cognato di Riina, Leoluca Bagarella, avrebbe aspramente criticato i fratelli Graviano proprio per questo. Un suo guardaspalle, oggi pentito, Tony Calvaruso, riferisce: “Il prete era stato ucciso per il suo impegno antimafia, cosa che era già un motivo valido. Ma in concreto i Graviano avevano commissionato il delitto perché il Bagarella ne aveva per tutti e li criticava nel senso che c’era questo prete nel loro territorio – che faceva questi discorsi, che faceva le manifestazioni contro la mafia, che prendeva questi bambini cercando di dire loro “non mettetevi con i mafiosi” – e loro praticamente l’avevano ignorato e avevano la testa sempre alle donne”.
Ed ecco uno stralcio delle motivazioni della sentenza che ha condannato all’ergastolo gli assassini (seconda sezione della Corte d’Assise, presidente Vincenzo Oliveri, giudice a latere estensore Mirella Agliastro, documento depositato in cancelleria in data 19 giugno 1998): “Emerge la figura di un prete che instancabilmente operava nel territorio, fuori dall’ombra del campanile…L’opera di don Puglisi aveva finito per rappresentare una insidia e una spina nel fianco del gruppo criminale emergente che dominava il territorio, perché costituiva un elemento di sovversione nel contesto dell’ordine mafioso…Don Puglisi aveva scelto non solo di ricostruire il sentimento religioso e spirituale dei suoi fedeli, ma anche di schierarsi concretamente, senza veli di ambiguità e complici silenzi, dalla parte di deboli ed emarginati, di appoggiare senza riserve i progetti di riscatto provenienti da cittadini onesti, che coglievano alla radice l’ingiustizia della propria emrginazione e intendevano cambiare il volto del quartiere”.
Uno dei sostituti procuratori che ha condotto l’inchiesta, Luigi Patronaggio, ha così sintetizzato il frutto delle sue indagini, e della sua esperienza umana a contatto con don Puglisi, in una bella pagina: “Come spesso avviene negli omicidi di mafia, vi è stato un convergere di cause, alcune rispondenti a una strategia alta, altre a logiche di basso profilo, altre ancora legate alla mera cattiveria umana. Don Puglisi toglieva i bambini dalle strade, insegnava la legalità e l’antimafia, a non abbassare la schiena, ad essere protagonisti della propria esistenza, faceva capire che la giustizia sociale è cara a Dio quanto l’essere pio e casto. Era contro il paganesimo, le confraternite e la religiosità ipocrita e di facciata, assoggettata ai potenti e alla mafia. Rifiutava la politica intesa come clientelismo e asservimento. Reclamava diritti e vivibilità per la gente del suo quartiere. Era duro contro i politici e gli amministratori inetti, sordi ed incapaci. Era solo, con i suoi bambini e i suoi ingenui collaboratori.
“E’ stata la vittima di una strategia d’attacco alla Chiesa militante, attraverso un filo che passa dal discorso del Papa ad Agrigento, all’attentato a San Giovanni in Laterano e San Giorgio a Roma…Forse è incappato nella tragica derisione di Bagarella nei confronti dei fratelli Graviano per la loro incapacità di “togliersi il disturbo da dentro casa”. Forse era anche un poco comunista. O forse era solo destino che un uomo umile rientrasse in un disegno divino, che semplicemente dovesse morire per insegnarci ad essere uomini, per insegnarci a diventare grandi con gli occhi e le speranza dei bambini. Per insegnarci che qualsiasi violenza ai bambini, ai deboli, all’uomo è fatta direttamente a Dio e grida giustizia” (26).

6) Mafia e Vangelo incompatibili: i documenti del ‘94

Nel novembre del '93, al terzo convegno delle Chiese di Sicilia ad Acireale ("Nuova evangelizzazione e pastorale") padre Pino fu citato in numerose relazioni (27). Ma si pose anche con forza la questione della necessità di un'autocritica all'interno della Chiesa. Già nella relazione iniziale il vescovo di Agrigento, monsignor Carmelo Ferraro, aveva avviato così la riflessione: "La cultura mafiosa ha aggredito alcuni valori cristiani e li ha deformati. Famiglia=cosca; dignità=onore; amicizia=spirito del clan. E Cosa Nostra ha anche aggredito alcune parrocchie, appropriandosi talora delle feste religiose e usando i sacramenti per veicolare la sua antropologia".
"Una montagna di domande attende risposte - aggiunse il vescovo - Come mai tale fenomeno tra i battezzati? Che cosa è mancato? Che cosa si è taciuto? Quale significato bisogna dare al silenzio e all'indifferenza? La prassi pastorale delle parrocchie tiene conto di questi interrogativi? La predicazione ha individuato i temi fondamentali ai quali dar risposta nell'annunzio del Vangelo?". Monsignor Ferraro concludeva: "La mafia come oppressione richiede un progetto evangelico di liberazione. Bisogna provvedere. Urge una riflessione seria, una risposta puntuale".
Al convegno era stato invitato l’allora procuratore di Palermo Gian Carlo Caselli. All'inizio del suo intervento disse di parlare "non tanto da magistrato ma soprattutto da cristiano", aggiungendo poi: "Falcone, Borsellino, don Puglisi. Se sono morti è stato certamente perché lo Stato - ma anche noi, noi cristiani, noi Chiesa - non siamo stati sino in fondo quel che avremmo dovuto essere: Stato, cristiani, Chiesa. Questi uomini sono per noi segno di riscatto civile, morale, religioso. Ma sono anche una condanna. Essi non hanno visto, nel loro tempo, quello in cui speravano". Da credente il magistrato poneva le questioni piu' scomode alla sua Chiesa: "Una presenza significativa esige coraggio. Il coraggio dell'autocritica. Il coraggio di rinnovare, di permeare di audacia la propria testimonianza. Occorre superare un agire a volte troppo vecchio, oppure troppo timoroso, rinchiuso nelle sacrestie...L'identificazione esclusiva del cristiano nella prassi liturgico-sacramentale non apre al coraggio dell'autocritica".
"E' necessario - proseguiva il procuratore - analizzare le ragioni per cui rilevanti componenti della Chiesa - ma anche della società civile - hanno potuto, e per molto tempo, sottovalutare la realtà della mafia, hanno potuto conviverci senza articolare una reale opposizione, rendendo debole la parola profetica della Chiesa nella società. Resta da capire perché la Chiesa ha saputo mostrare tanta severità, giusta e sacrosanta, nei confronti di una ideologia totalitaria e invece ha spesso manifestato tolleranza verso la sacralità atea della mafia. Quali sono i motivi di questo differente giudizio? Quali le ragioni di questi errori e di questi ritardi?". La relazione del procuratore si concluse con un lungo applauso di molti partecipanti al convegno, che si alzarono in piedi "come davanti al Vangelo": così commentò con un sorriso il cardinale Pappalardo. Altri convegnisti rimasero in silenzio e poi criticarono il magistrato.
L'arcivescovo di Palermo, nell'omelia pronunciata nel Duomo di Catania a conclusione dei lavori, diede spazio al processo di revisione, pur sottolineando che "non erano mancate negli ultimi decenni le aperte condanne" dei mafiosi: "Ci siamo interrogati, come singoli e come Chiesa, - disse il cardinale Pappalardo, riferendosi al convegno - rendendoci conto che non sempre, forse, nel passato sono state chiaramente percepite l'intrinseca gravità e le nefaste conseguenze tanto sociali che ecclesiali del fenomeno mafioso, fino a ingenerare l'impressione che certi diffusi silenzi o non troppo esplicite ed articolate condanne potessero essere segno di insensibilità o di tacita convivenza".
Quanto alla Chiesa "tra le invocazioni di perdono che abbiamo elevato al Signore in questi giorni c'è stata anche quella per tutte le volte in cui la nostra pastorale, meno sollecita nei confronti di mali così grandi, è servita solo per noi stessi, mortificando la nostra missione di annuncio".
Uno dei collaboratori piu' stretti del Cardinale, Giuseppe Savagnone, un laico responsabile per tutta la Sicilia della pastorale per la Cultura, sempre nel novembre '93 anticipava in un'intervista ad "Avvenire" i temi di un suo studio già citato (pubblicato poi con prefazione dello stesso Pappalardo) in cui parlava esplicitamente di una "coabitazione troppo pacifica", in passato, tra Chiesa e mafia, analizzandone le cause storiche.
Savagnone osservava come nella seconda metà degli anni Ottanta i vescovi siciliani avessero "sospeso o almeno rallentato l'opera di denunzia". Nel volume si leggeva anche della "solitudine" del cardinale Pappalardo nella sua opera di contrasto alla mafia dopo l'omelia di Sagunto (1982) per il generale Dalla Chiesa. E del suo mutato atteggiamento negli anni successivi - soprattutto all'epoca del maxi-processo alla mafia (1985-6) -, che fu "avvertito da una parte della società civile e della comunità ecclesiale come un tirarsi indietro". Questa posizione di "riserbo" veniva comunque spiegata con la preoccupazione del cardinale "di non essere imprigionato nel ruolo di vescovo antimafia da parte dell'opinione pubblica". E con la necessità di "evitare l'identificazione tra l'intero popolo siciliano e la mafia".
Veniva in superficie una materia incandescente, che per anni aveva riempito libri e giornali di polemiche. L'"effetto Puglisi" donò sincerità e schiettezza al dibattito nella Chiesa. A gennaio del '94 altri prelati aggiunsero il proprio pensiero alla fase del "mea culpa". In un incontro a Cefalu' (28) organizzato dal vescovo di allora, Rosario Mazzola, così si espresse monsignor Vincenzo Cirrincione, all’epoca guida della diocesi di Piazza Armerina (e amico di vecchia data di don Puglisi): "La mafia all'inizio sembrava criminalità ordinaria. Soltanto in ritardo ci siamo accorti che non era così...Negli anni Settanta alcuni vescovi affermavano che nella loro diocesi non c'era la mafia, che si trattava di un fenomeno di alcune parti della Sicilia. Invece ci si è accorti dopo qualche anno che anche in quelle terre c'era la mafia e anzi proprio in quelle diocesi c'erano i centri organizzativi". Monsignor Cirrincione sottolineava anche un secondo aspetto: "Non si sono considerati nel pieno della loro valenza negativa il favoritismo, la raccomandazione, il clientelismo, gli appalti. Non abbiamo capito che così si favoriva la mafia. Queste sono colpe nostre". Da dove ricominciare? "Dalla catechesi dei bambini, il nostro futuro. Insegnamo a non uccidere, don Puglisi è stato assassinato proprio perché diceva che la vendetta era contro il Vangelo".
Monsignor Francesco Miccichè, all'epoca vescovo ausiliare di Messina (oggi è a capo della diocesi di Trapani): "La cultura della mafiosità è prepotenza, è il non rispetto delle leggi. Anche noi, pur di costruire chiese, ci siamo prestati a qualcosa di poco lecito. Se la mafia è denaro, è potere, la Chiesa di Sicilia deve riconoscere di non aver preso coscienza per tempo del peccato: questo è stato il messaggio del procuratore Caselli ad Acireale". Il vescovo di Patti, monsignor Ignazio Zambito, portò un esempio: "La mia Chiesa si è fatta promotrice di iniziative in favore del Parco dei Nebrodi. Mi è stato fatto arrivare un messaggio: che c'entra la Chiesa col parco? Perché non si occupa di spiritualità? Ecco, per dirla in maniera cruda: l'uomo può farsi o non farsi i fatti suoi. Se la Chiesa sceglie di non farsi i fatti propri e s'impegna nel territorio già innesca la lotta contro la mafia". Anche il "padrone di casa", monsignor Mazzola (pure lui era stato in buoni rapporti con Puglisi), difese Caselli: «E' stato molto criticato per il suo intervento - disse - ma nessuno ha ricordato la sua prima frase: "Io parlo non da giudice ma da cristiano". Non ha puntato il dito contro nessuno, con tutti noi ha fatto "mea culpa"».
Da queste premesse nacque un documento (29) della Conferenza episcopale siciliana, del maggio '94, che è una pietra miliare, sintesi degli stimoli giunti dal Papa e dal convegno. Si proponeva don Puglisi come modello per tutto il clero. «E' nostro dovere - scrissero i vescovi - ribadire la denuncia dell'incompatibilità della mafia con il Vangelo. La mafia appartiene, senza possibilità di eccezione, al regno del peccato, e fa dei suoi operatori altrettanti operai del Maligno". La condanna non era solo per Cosa nostra ma si allargava anche ai conniventi: "Tutti coloro che aderiscono alla mafia o pongono atti di connivenza con essa debbono sapere di essere e di vivere in insanabile opposizione al Vangelo di Gesu' Cristo e, per conseguenza, di essere fuori della comunione della sua Chiesa».
Inutile pensare - come certi mafiosi che praticano una religiosità esteriore - di poter neutralizzare questo monito "con atti esteriori di devozione o con elargizioni benefiche. Siffatte manifestazioni dovranno essere considerate strumentali e perciò false ed esse stesse peccaminose". Ai siciliani, spesso inclini al clientelismo e alla richiesta di favori, i vescovi ricordavano con durezza: "Chiedere o accettare qualsiasi forma di intermediazione a persone conosciute come appartenenti o contigue alla mafia - qualunque sia il vantaggio che se ne voglia o possa ricavare - si deve ritenere che rientri sempre, quanto meno indirettamente, ma non meno colpevolmente, nella fattispecie della connivenza e della collusione".
Nel documento i vescovi siciliani sottolineavano di voler opporre alla mafia "la forza disarmata ma irriducibile del Vangelo...rivolta alla promozione e alla conversione delle persone, ma nello stesso tempo intransigente nel non autorizzare sconti o ingenue transazioni per ciò che concerne il male, chiunque sia a commetterlo o a trarne profitto". Ed ecco il riferimento a padre Pino: "Don Giuseppe Puglisi ha incarnato pienamente questa duplice forza del Vangelo: egli rappresenta un'indicazione per tutti noi; il modello che ne deriva per il clero di Sicilia e per ogni vero cristiano è la sfida che lanciamo a chiunque gli competa".
Qualche mese dopo, pochi giorni dopo la visita del Papa nel '94, anche la Chiesa di Palermo approvava un documento di svolta nella lotta contro la mafia: sulla scia del pronunciamento dei vescovi, si passava - dal momento della denuncia e del generico invito alla conversione dei cuori - sul terreno dei comportamenti necessari per risanare la società, facendo tesoro della lezione di concretezza di padre Puglisi. Un contributo decisivo alla preparazione del testo arrivò infatti da alcuni giovani sacerdoti che erano stati molto vicini al parroco di Brancaccio.
Il documento, richiamandone altri della Cei, segnava "il netto e deciso passaggio da una pastorale sacramentale ad una pastorale evangelizzatrice e missionaria". Di fronte a una società ampiamente scristianizzata o cristiana solo formalmente, con schiettezza si rimarcava a tutto il clero che "non si deve credere che la crescita della Chiesa sia misurabile col numero dei sacramenti distribuiti". E che "bisogna costruire una Chiesa viva, fatta da credenti piu' che di praticanti". Si fissavano poi alcune indicazioni per "superare ogni parrocchialismo e individualismo", nel tentativo di spingere i sacerdoti verso uno stile comunitario e una "pastorale d'insieme" sul territorio, aperta ai "bisogni umani e religiosi" della gente.
Il testo ricordava anche l'impegno a "non dimenticare Giovanni Falcone, Paolo Borsellino e tutti i morti nella lotta contro la mafia e a ricordarli come nostri familiari, per noi caduti". Ma la parte piu' nuova era la conclusione del testo, un vero e proprio vademecum il cui uso doveva servire pure per evitare che "all'interno della comunità ecclesiale si riproducano modi di essere mafiosi". Alcuni punti richiamavano direttamente il caso Puglisi. Occorre - stabiliva la Chiesa palermitana - "purificare tutte le espressioni della devozione popolare, rianimando di valori cristiani le processioni, sciogliendo comitati di festa religiosa dove prevalesse l'interesse economico"; occorre "vigilare affinché si eviti ogni possibile collateralismo tra realtà ecclesiali ed uomini e partiti politici"; occorre "rendere in ogni modo protagonisti i poveri, evitando ogni forma di marginalità ed emarginazione"; occorre "inserire in ogni tipo di cammino catechistico tematiche riguardanti la cultura della legalità e la dottrina sociale della Chiesa".
Poi, citando esplicitamente don Puglisi, il documento invitava ogni prete, ogni cristiano "a dialogare con ogni persona, cercando sempre di capire le ragioni profonde dell'altro e sviluppando una mentalità di pace e di non violenza"; "a non chiedere o accettare mai alcuna forma di raccomandazione o favoreggiamento; "a non acquistare merce controllata dalla mafia come le sigarette di contrabbando"; "a non acquistare o accettare la restituzione di merce rubata (auto, motorini...) grazie all'opera di discutibili mediatori"; "a non giocare scommesse clandestine, totonero ed ogni altra illecita forma di gioco"; la Chiesa invitava infine "a non accettare con rassegnazione la logica del pizzo e dell'usura, ma a sforzarsi di trovare vie associative di lotta in collaborazione con tutte le forze sane presenti ed operanti nelle istituzioni e nella società
civile".
In una lettera che accompagnava il documento il cardinale Pappalardo ricordava don Puglisi e gli altri sacerdoti "negli ultimi tempi fatti oggetto di pesanti minacce di mafiosi". E avanzava una meditazione che ha fatto parlare di un ulteriore e definitivo salto di qualità dell'antimafia cristiana: "Non era la loro (di Puglisi e degli altri preti, nda) una personale, privata scelta di lotta contro la mafia, quasi un impegno politico da svolgere insieme con altri, ma la conseguenza logica e teologica dell'aver preso sul serio l'evangelizzazione del territorio e la sua promozione. Non è questo un fattore opzionale della prassi ecclesiale, ma un vero e proprio luogo teologico, dove la Chiesa stessa si riconosce e si autorealizza come tale...Le vicende di questi giorni aprono la strada al passaggio da un impegno individuale e personale nei riguardi della mafia ad una dimensione comunitaria".
Non aveva piu' ragion d'essere la strumentale divisione tra i preti antimafia e gli altri preti. Tutti i sacerdoti, anche coloro che ritengono (si illudono?) che nella propria parrocchia non ci sia la mafia, sono chiamati a un impegno esplicito. Non solo a parole ma contrastando i comportamenti illegali, le ambiguità di certe processioni, le raccolte di soldi e gli occhiuti sponsor politici. E tutto ciò non va considerato un "optional", da aggiungere - tempo permettendo - a messe, battesimi, comunioni, cresime, ma appunto un luogo teologico cioè "la situazione storica attraverso cui Dio interpella la sua Chiesa".
Su questo punto don Stabile riflette così: "La morte di Puglisi rivelava che l'esigenza di una pastorale inserita nella realtà del territorio e che coglieva l'uomo nella sua storicità stava penetrando nel tessuto ecclesiale". Lo studioso nota in questi documenti anche una novità nel linguaggio e nell'atteggiamento del cardinale: "Sembrava che l'arcivescovo, abbandonando preoccupazioni, polemiche e titubanze dopo la morte di don Puglisi, volesse ricollegarsi con la linea pastorale coraggiosa che si era delineata a Palermo tra la fine degli anni Settanta e gli inizi degli anni Ottanta, che tante speranze aveva suscitato".
E lo storico conclude: “Una soluzione alla pastorale della Chiesa siciliana in questo momento storico si è trovata quindi assumendo il modello pastorale che condusse Puglisi al martirio…Semmai il problema che ora si pone è quello della ricerca delle modalità di essere di quella pastorale. Il dibattito quindi riprende su due direttive: definire i modi e il linguaggio propri della Chiesa e compiere gesti che favoriscano la comunicazione evangelica e la conversione”.
Tutta la Chiesa è quindi chiamata a interrogarsi su come arrivare a “un vero e permanente stato di conversione e riforma per affrontare in modo evangelico e senza paura la modernità, abbandonando i vecchi schemi rassicuranti e compromissori di appoggio al potere e di autoaffermazione nella società” (30). Altrimenti, per dirla con Nino Fasullo: “Ora la Chiesa è cambiata, ha preso posizione. Ha prodotto negli anni Novanta documenti energici. Ma se i documenti non sono vissuti, discussi, rimangono agli atti, passano agli archivi, non restano vivi, non diventano vita. Ecco: credo che ci sia bisogno che la Chiesa si apra ancora di fronte a questo problema” (31).
A distanza di tanti anni, la sfida per il futuro è allora proprio quella delineata da Puglisi, che va fatta propria dalla Chiesa intera: i comitati per le feste religiose, soprattutto nelle periferie, sono stati depurati da presenze estranee, da interessi economici e da infiltrazioni mafiose? E’ stata fatta una scelta preferenziale per i poveri e gli ultimi? E’ stato superato il parrocchialismo? Sono stati fatti passi avanti verso la collaborazione tra le comunità della città ricca e quelle dei quartieri degradati? Esiste ancora il collateralismo politico? Le parrocchie si prestano ancora a essere una grancassa elettorale? Siamo consapevoli degli errori del passato? Oppure si ripropone il rischio, come negli anni Cinquanta e Sessanta, di guardare con miope favore a partiti o uomini politici che, di fronte ad adesioni di facciata al cattolicesimo, sono invece garanti di un sistema di corruzioni e collusioni? Dalle risposte che verranno a queste domande dipende indubbiamente il futuro cammino della Chiesa e della società siciliana. E del loro rapporto con i poteri (legali e illegali) dell’Isola, dell’Italia.

Francesco Deliziosi
fdeliziosi@gds.it

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