Luzi e Padre Pino Puglisi: la poesia del martirio
di Francesco Deliziosi
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“Gli uomini d’onore non sono neanche uomini,
sono meno che uomini, si degradano da soli
al rango di animali
…(Signore), aiutali
a liberarsi dall’indegnità”.

E’ un brano dal prologo del “Fiore del dolore”, l’incipit creato da Mario Luzi per la sua opera dedicata a don Pino Puglisi andata in scena al Teatro Biondo nel marzo del 2003.
Un inizio commosso che nasconde un omaggio del grande poeta: i versi rievocano infatti una delle ultime omelie pronunciate dal sacerdote.

Era una domenica assolata del luglio ’93, io e mia moglie eravamo tra la folla dei fedeli assiepati tra i banchi. Poche settimane prima, in una sola notte, erano state bruciate le porte di casa di tre dei volontari della parrocchia di Brancaccio.

Il sacerdote, ucciso poi il 15 settembre di quell’anno, ormai consapevole di essere seguito e spiato fin dentro la sua chiesa, parlò così – con serenità - dall’altare:
Mi rivolgo anche ai protagonisti delle intimidazioni che ci hanno bersagliato. Vorrei conoscervi, conoscere i motivi che vi spingono ad ostacolare chi tenta di educare i vostri figli al rispetto reciproco, ai valori della cultura e della convivenza civile.
Ma, ricordate, chi usa la violenza non è un uomo. Si degrada da solo da uomo ad animale
”.

E, leggendo negli occhi dei fedeli sbigottimento e paura, concluse con una frase di San Paolo:
Se Dio è con noi, chi sarà contro di noi? Io non ho paura di morire se quello che dico è la verità”.

Pochi mesi dopo un colpo di pistola concluse la sua esistenza terrena.
Davanti al portone della sua umile abitazione, accogliendo i killer col suo ultimo sorriso, don Puglisi disse semplicemente: “Me l’aspettavo”.

Mario Luzi, anziano ma ancora straordinariamente lucido e acuto, era da tempo di casa a Palermo e in contatto con molti esponenti della cultura cittadina. Uno di questi, Pietro Carriglio, lo conosceva bene e riuscì a convincerlo a tentare l’impresa di far diventare poesia la dura cronaca di quegli anni e l’omicidio del parroco di Brancaccio.

Così, sul finire degli anni Novanta, prima di comporre il suo testo, Luzi svolse a Palermo un lavoro accurato di ricerca: parlò con religiosi e collaboratori laici del sacerdote assassinato, lesse quanto è stato scritto su padre Puglisi, e anche il mio libro biografico, frutto di 15 anni di amicizia con don Pino.
Meditò infine sulle reazioni della città davanti a un delitto orrendo e diverso.
In un’intervista lo stesso Luzi rievocò così questa fase preliminare:
Ero informato vagamente della vicenda. I miei amici palermitani mi parlavano con passione della storia, che non si inquadrava in nulla di preesistente. Un’aggressione mafiosa al clero non aveva precedenti. Feci una visita accurata e pietosa a Brancaccio, “invaghito” emotivamente di un personaggio che si portava dietro ogni interpretazione possibile… Ho poi voluto distinguere tra una ricostruzione processuale laica e una religiosa. Ho sentito l’impulso di entrare nell’orfanità di don Puglisi: a Brancaccio ho scoperto che don Pino era ancora lì, l’ho trovato lì, tra i suoi fedeli orfani di lui, simbolo di quella specie di alchimia che trasferisce il dato oggettivo al mondo leggendario”.
E Luzi continuava: “Non sono partito da una posizione di neutralità, ero dalla parte di don Puglisi sin dal principio. Ho voluto ricostruire e sentire da vicino il suo ambiente, le sfumature, il clima morale e di pietà religiosa. Il sacerdote, d’altronde, viene descritto da chi lo ha conosciuto come un uomo molto preparato, che sapeva tradurre in atti il Vangelo”.

Se mi è consentita la citazione, con straordinaria benevolenza nei miei confronti diceva poi nell’intervista: “Ho un grande debito con Francesco Deliziosi che mi ha fornito materiali preziosi sulla figura di don Pino”.
E infatti qua e là, nel testo, riaffiorano citazioni dagli scritti originali di don Puglisi, che ho raccolto, e da miei articoli, come quando nella descrizione del sicario si dice che nel momento in cui “fu arrestato, era solo e mangiava spaghetti” (scena V), frase che viene presa ad esempio della “bruta routine dell’omicidio”.

Il frutto di questo lavoro è una prima stesura del testo pubblicato sulla rivista “Idola” della casa editrice Novecento nel giugno del 2001. Seguì una rivisitazione, un proficuo e lungo “labor limae” sollecitato dallo stesso Carriglio in modo che l’opera potesse essere messa in scena, come avvenne circa due anni dopo, nella primavera del 2003, al teatro Biondo.

Un delitto orrendo e diverso, dicevamo, anche per una terra come la nostra in cui la mafia prospera ancora. Sul palcoscenico don Puglisi non è rappresentato ma solo evocato: si ode la sua voce nel prologo iniziale, quasi una preghiera:
“Cos’è una vita
una vita nella vita
La mia ha preso senso dal non essere più
dall’essermi stata tolta…
Signore, la mia vita in te, presso di te è misteriosamente
tua e mia”.

E “Il Fiore del dolore” rispecchia lo sgomento di tanti di fronte alla ferocia bestiale dei boss, scatenata su un inerme sacerdote: al palazzo di giustizia, in Curia, nei bar, nelle strade, i personaggi si interrogano e si agitano, cercano con un disperato ragionamento di venire a capo del mistero della violenza.
Ognuno dà la sua risposta e versa i suoi dubbi sulla scena, correndo tra le poltrone degli spettatori, con il codice penale sotto braccio o con il linguaggio della profezia, che la Chiesa tenta di individuare nel difficile percorso del martirio.
Anche l’assassino a torso nudo in cella – tre i suoi monologhi - , novello Giuda, si macera nel rimorso, con l’immagine impressa nella memoria dell’uomo che gli sorride mentre lui tende il braccio per sparare. Un unico proiettile, un fiore rosso sangue sulla nuca del prete. E’ il fiore del dolore. L’ombra del sacerdote, nel finale, torna dal sicario tra le quattro spoglie mura della prigione. E le parti sembrano al dunque invertite: il carnefice è vittima, la vittima giudice.

Questo, nel suo nocciolo, il progetto del grande affresco teatrale. Un’idea di alto profilo culturale che è un omaggio al sacerdote simbolo di Brancaccio – e di tutte le periferie abbandonate del mondo - ma anche un atto d’affetto nei confronti di Palermo, sempre in bilico tra la sciasciana “città irredimibile” e la speranza di un cambiamento.
Ma in cosa si concretizza questo barlume di speranza? Nel finale uno dei personaggi-chiave, il Cardinale, pronuncia queste parole:
Guardiamo nel panorama umano
che prodigiosa simmetria:
dove è più nero l’abominio
sorgere l’astro più radioso
il genio e la energia della testimonianza
prorompere dal più reietto stato dell’umanità perseguitata:
tutto questo abbiamo visto nell’epoca dei mostri:
i Kolbe, i don Milani, ed ecco il nostro padre Giuseppe
morto ammazzato nella sua irresistibile passione
”.

A questi versi pronunciati da Sua Eminenza, sul finire del poema, Luzi affida un brandello di luce e, forse, la risposta suprema all’enigma del delitto Puglisi.
Ma è come un messaggio vergato con grafia stanca, da naufrago, e subito affidato alle onde, senza certezze, dentro una fragile bottiglia.
Nell’epoca dei mostri – siano essi i nazisti dei lager o i mafiosi delle stragi più orrende – Dio vuole comunque darci dei segni di salvezza. E lo fa attraverso “il genio e la energia della testimonianza” di uomini che sacrificano la propria vita come Cristo sul Calvario (ecco la “prodigiosa simmetria”).

In un’intervista Luzi rende ancora più esplicito questo piano di lettura dell’opera: “Don Pino non avrebbe mai usato il termine carnefice per il suo assassino perché il suo esempio di umanità, quello che definiamo martirio, nasce – secondo me – da quel paradosso cristiano del saper perdonare, da quella fede nell’umanità che spera nella bontà anche di coloro la cui vita sembra negarla”. “Penso – aggiungeva Luzi – che soltanto la speranza dell’amore può spingere uomini come lui, come i Kolbe, i don Milani, a vivere pericolosamente tra l’umanità più degradata per affermare il messaggio della risurrezione. La storia è sempre quella, è il conflitto tra il bene e il male che trasforma la coscienza del mondo, a Firenze come a Palermo e altrove nelle città e nei luoghi più dimenticati della terra”.

E su Palermo, sulla odiamata Sicilia, ci sono versi illuminanti (scena XIII):

“Non è un’isola che ti isola
e magari ti cinge
e ti protegge
tra le braccia del suo mare, questa;
ma ti scaglia anzi particola o lapillo,
infuocato, al centro del dilemma umano,
ti sommerge e ti impasta
con amore e con perfidia
nel magma e nell’insidia
dei suoi bellissimi vulcani.
Io so questo, lo senza saperlo
fino dalla mia nascita
come tutti lo sappiamo noi in Sicilia,
ma lo so ora sapendolo davvero
e ora mi trabocca dagli occhi e dalle orecchie
questa “sicilitudine” che dicono.
Ma non la reggo più,
la rifiuto e intanto la desidero.
Che strazio. E Palermo vi è nel mezzo.
Bella e infida, così è Palermo
per chi la ama e l’ammira
e per chi la esecra.

Così, a dieci anni dal delitto di Brancaccio, il grande poeta ha affrontato le due facce di Palermo, bella e terribile. Lo sbigottimento della società di fronte alla bestiale soppressione di un uomo inerme, difeso solo dalla parola e dal Vangelo. E ha intuito, grazie alla forza della sua fede, l’anelito della Chiesa all’interpretazione dei fatti con un “linguaggio alto, quello inesplicabile della profezia”. La realtà e la profezia: due piani ben distanti, ma collegati da un unico personaggio.

Può essere interessante, infatti, analizzare le varianti del testo, confrontando quello sin troppo lirico, scabro e frammentario composto originariamente da Luzi (estate 2001) a quello messo in scena con maestria e acume da Pietro Carriglio. La sostanziale differenza che balza subito all’occhio è l’ampliamento del ruolo dell’Opinionista.
E’ l’inviato di un quotidiano a caccia di scoop – come tanti se ne vedono ancora al giorno d’oggi – che piomba a Palermo ben intenzionato a cacciarsi nelle viscere della città e a raccontare, attraverso la storia di don Puglisi, un nuovo, folkloristico quadretto horror sulla Sicilia in modo da “riempire decentemente qualche colonna o pagina”.
Ben presto il giornalista – e Luzi con lui, come confessa in una nota che precede il testo del 2003 e titolata “In confidenza” – rinuncia alla “pretesa intellettuale di intendere il segno e il senso della vicenda”.
Si accosta agli avvocati cinici e increduli, agli amici del sacerdote ucciso, ancora sgomenti, a religiosi e laici che, con un disperato tormento, cercano una spiegazione e vivono “un altro dramma, quello umano e cristiano dell’intelligenza o, più propriamente, dell’interpretazione”.
Alla fine l’Opinionista vivrà la sua catarsi, deciderà di non scrivere alcunché. Non è la “pretesa intellettuale” che può svelare il mistero di questo delitto. E’ lui il personaggio che consente di mettere in comunicazione i due piani. E dalla realtà si può intravedere la luce della profezia. Hanno colpito l’Opinionista, in particolare, i differenti registri degli uomini della Chiesa che sul delitto avvertono:
“Non possiamo limitarci a intenderlo
nel suo brutale aspetto di assassinio
Non può l’esemplare, il penoso,
il vigoroso avviamento al sacrificio di Puglisi
essere senza significato.
Parimenti la sua morte”. I

l riconoscimento del martirio – la causa è oggi all’esame della Congregazione vaticana dopo il lavoro svolto a Palermo (io faccio parte della commissione diocesana che ha svolto l’istruttoria del processo) – appare così nel suo reale significato, senza fraintendimenti. Nel testo permane qualche eco di queste critiche laiche all’iniziativa ecclesiale. Ma occorre qui sottolineare che proclamare martire don Puglisi non equivale a imbalsamarlo o a “delegare l’antimafia solo ai santi”, come a volte viene scritto da osservatori laici a proposito della causa di beatificazione. Ma significa guardare all’accaduto, come scrive Luzi, “in una prospettiva storica cristiana e non con occhi troppo grevemente secolari”.

Certo, la prospettiva dell’ortodossia cattolica è un paradosso da vertigine: interpretare lo sparo che uccide don Puglisi come una manifestazione dello Spirito Santo, qui e ora, nella Palermo d’oggi.
Il martirio, infatti, secondo la teologia cattolica, non è una scelta del singolo uomo ma un dono di Dio.
Come per Kolbe ad Auschwitz, l’Amore divino illumina un’esistenza e la segnala alla comunità, nei tempi più difficili, perché la testimonianza diventi un segno, un seme di salvezza.

Questa l’eredità della missione di don Puglisi a Brancaccio, questo ciò che ha voluto cogliere un poeta che si è trovato sul luogo del delitto. Di fronte all’ “inesplicabile linguaggio della profezia”, al mistero della presenza del male nel mondo, Luzi però si arresta. Evita esplicitazioni didascaliche. E allo spettatore lascia la meditazione su un testo denso e profondo, sull’insensatezza del vivere e del morire, lo straniamento di una ricerca sospesa – come spesso accade al poeta fiorentino - tra realtà e onirismo.
Di qui discende lo straordinario impatto dei tre allucinati monologhi del sicario tra le spoglie mura del carcere, unanimemente indicati dai critici come le parti più affascinanti del testo.
Il killer si macera nel rimorso dietro le sbarre e si interroga sulle sue colpe di novello Giuda. Fu il suo tradimento una scelta libera o solo un piccolo ingranaggio di un destino già scritto? Interrogativi da brivido, in sospeso sul baratro del libero arbitrio. Vorrebbe, il sicario pentito, un giudice che venga a far pulizia “di questa schifosa sgoratura di uomo”.

L’ombra di don Puglisi – per come era davvero questo sacerdote nella realtà – andrà da lui nell’ultima scena non per condannarlo ma con la forza del perdono e dell’amore. Con l’ineffabile, straordinaria energia del suo ultimo sorriso di fronte al braccio teso per ucciderlo:
“Eccolo, è qui, è venuto,
da dove siete entrato? Non vi ho veduto entrare
eppure siete qui. Siete voi, padre Giuseppe,
voi col vostro ultimo sorriso”.

(Testo della relazione letta il 10 febbraio 2007 in occasione del convegno su Mario Luzi organizzato dall'amministrazione comunale e dal teatro Biondo)

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